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Che differenza c’è tra tacos al pastor e carnitas? La tecnica di cottura che cambia il gusto

📅 19 Agosto 2026✍️ di Giorgia Sassoli⏱️ 6 min di lettura

Giorgia Sassoli, cuoca e giornalista gastronomica, ha vissuto due anni a Madrid imparando il rigore tecnico delle tapas e della paella. Tornata a Milano, osserva con occhio analitico le cucine di strada internazionali: tra queste, due interpretazioni del maiale messicano che spesso vengono confuse. La differenza non sta solo negli aromi, ma nella tecnica termica e nella gestione dei grassi, che determinano struttura, succosità e profilo aromatico.

Origini e contesto: due tradizioni, un animale

I tacos al pastor nascono dall’adattamento dello shawarma portato in Messico da migranti libanesi nel XX secolo: la cottura su spiedo verticale e il condimento speziato incontrano ingredienti locali come annatto (achiote) e peperoncini. Le carnitas hanno radici nella regione di Michoacán: la carne viene cotta a lungo nello strutto in grandi pentole di rame, quindi brevemente dorata per ottenere bordi croccanti.

In entrambi i casi l’ingrediente principale è il maiale, ma il trattamento termico e il bilanciamento acido-grasso portano a risultati sensorialmente distinti. Nel primo prevale la stratificazione di spezie e la reazione superficiale da calore radiante; nel secondo domina l’effetto del confit, con proteine tenere e sapidità rotonda.

Tagli, marinature e preparazioni preliminari

Per al pastor si usano tagli relativamente magri ma con venature di grasso: lombo affettato, coppa o spalla in fettine di 3–5 mm. La marinatura tradizionale prevede achiote, peperoncini secchi (guajillo, ancho), aceto o succo d’ananas, aglio, cumino, origano e sale. In termini tecnici, una formula domestica robusta è: sale 1,6–2% sul peso della carne; acidità titolabile 0,6–0,8% (aceto di mele o ananas); zuccheri 0,3–0,5% (per favorire la colorazione). Il tempo di marinatura consigliato è 6–24 ore a 4 °C. La bromelina dell’ananas svolge un’azione proteolitica che ammorbidisce le fibre, da controllare per evitare eccesso di mollezza.

Le carnitas richiedono tagli più ricchi di collagene e grasso, adatti a lunghe cotture: spalla (Boston butt), coppa, pancetta in proporzioni variabili. La pratica più diffusa non prevede vere marinature: si lavora con sale, foglie d’alloro, pepe, cumino, scorza e succo di arancia e talvolta cannella. La carne è immersa nello strutto fuso e cotta a bassa temperatura finché il collagene si trasforma in gelatina e le fibre si separano.

Tecniche di cottura a confronto

Nella versione al pastor, le fettine marinate sono impilate su uno spiedo verticale (trompo) e cotte davanti a una fonte di calore radiante (gas o brace). La superficie è sottoposta a calore secco, con temperature superficiali che possono superare i 200 °C; il cuoco affetta progressivamente lo strato esterno man mano che si colora e si asciuga, mantenendo l’interno caldo e umido. Questo metodo favorisce note affumicate e una spiccata Reazione di Maillard sulle zone più esposte, con contrasti dolce-acidi dati da achiote e ananas.

Per le carnitas, la tecnica è duplice. Primo stadio: confit nello strutto a 90–98 °C per 2,5–3,5 ore, finché i cubi risultano teneri (sonda penetra senza resistenza). Secondo stadio: doratura finale con aumento della temperatura del grasso a 170–190 °C per pochi minuti, oppure rosolatura su piastra/comal per ottenere croccantezza superficiale. Il confit limita l’evaporazione, preserva i succhi e arricchisce la carne di aromi lipidici.

Parametro Al pastor Carnitas
Origine Influenza levantina, Città del Messico Michoacán, tradizione rurale
Tagli Lombo, coppa, spalla affettata Spalla, coppa, pancetta a cubi
Tecnica Spiedo verticale, calore radiante, affettatura progressiva Confit nello strutto e doratura finale
Temperature Superficie >200 °C; cuore ≥63 °C Confit 90–98 °C; doratura 170–190 °C
Profilo sensoriale Speziato-acido, note affumicate e dolci di ananas Ricco e rotondo, grasso nobile, agrumi e spezie leggere
Texture Fettine sottili, bordi caramellati Fibre sfilacciate, esterno croccante
Toppings tipici Ananas, cipolla, coriandolo, salsa roja Cipolla, coriandolo, salsa verde o roja
Attrezzatura Trompo, bruciatore verticale Cazo di rame/ghisa, strutto, comal

Perché la tecnica cambia il gusto

Nel metodo al pastor, la combinazione di acidi e zuccheri in superficie, unita all’alta radiazione termica, intensifica le reazioni di imbrunimento non enzimatico: si formano composti volatili tostati e speziati. L’ananas arrostito aggiunge esteri fruttati e una certa succosità che rinfresca la grassezza del maiale.

Nelle carnitas, il confit riduce la denaturazione aggressiva delle proteine: l’acqua intramuscolare si conserva e il collagene si trasforma lentamente in gelatina, restituendo morbidezza. La doratura finale genera croccantezza e aromi tostati senza asciugare l’interno. La percezione di sapidità è amplificata dal grasso fuso che veicola molecole aromatiche liposolubili.

Tortillas, salse e servizio

Entrambe le preparazioni si servono su tortillas di mais da 12–14 cm, riscaldate su comal a 180–220 °C per 20–40 secondi per lato. Una corretta gelatinizzazione dell’amido evita rotture e migliora la masticabilità. La porzione standard è 25–35 g di carne per tortilla, con due tortillas a rinforzo nelle versioni più succose.

Condimenti: per al pastor sono tipici ananas a dadini, cipolla bianca e coriandolo, con salsa roja a base di guajillo; per carnitas si usano salsa verde cruda (tomatillo, jalapeño, coriandolo), cipolla e coriandolo. Lime a parte per modulare l’acidità al servizio.

Sicurezza alimentare e controlli domestici

Per il maiale, una temperatura interna minima sicura è 63 °C con riposo di 3 minuti; nelle preparazioni sfilacciate si può puntare a 90–92 °C al cuore per completa conversione del collagene. La gestione del rischio microbiologico segue i principi HACCP: separazione tra crudo e cotto, abbattimento rapido in caso di preparazioni anticipate, stoccaggio a ≤4 °C e rinvenimento a ≥74 °C.

Nel confit, monitorare la temperatura del grasso con termometro a sonda; per lo spiedo domestico, usare forni con grill superiore e girarrosto, verificando che i succhi rilasciati risultino chiari. Marinature acide devono rimanere refrigerate; evitare riutilizzi non cotti di liquidi di marinatura.

Approccio tecnico per la cucina di casa

Al pastor senza trompo: affettare la spalla in fettine da 4 mm. Marinare 12 ore con 20 g sale/kg, 6 g zucchero/kg, 8 g aceto di mele/100 g, 12 g pasta di achiote/kg, aglio e peperoncini ammollati e frullati. Infilzare su spiedo da forno alternando fettine e una fetta di cipolla, con mezza ananas in cima. Cottura con grill a 230–250 °C, distanza 10–15 cm dalla resistenza; affettare gli strati esterni quando ben coloriti, rimettendo lo spiedo a caramellare tra un taglio e l’altro.

Carnitas domestiche: tagliare spalla e pancetta in cubi di 4–5 cm. Coprire di strutto di 2–3 cm. Aggiungere 12–14 g sale/kg, alloro, pepe, scorza e succo di un’arancia/kg. Mantenere 92–95 °C per 3 ore senza far bollire energicamente. Scolare e dorare su piastra a 190–200 °C per 5–8 minuti, oppure alzare il grasso a 175 °C per pochi minuti finché i bordi risultano croccanti. Correggere di sale al termine, sfilacciare grossolanamente.

Per entrambe le versioni, scaldare le tortillas su comal asciutto, impilare in un canovaccio per trattenere umidità e servire immediatamente. La resa per 1 kg di carne cruda è circa 600–700 g di carne pronta nel caso al pastor, e 550–650 g per carnitas a seconda del tenore di grasso iniziale.

Come scegliere in base al contesto

Se l’obiettivo è un profilo speziato con acidità vivace e contrasti croccante-succoso, la soluzione è l’al pastor, che beneficia del servizio rapido e della preparazione a vista. Se invece si cerca ricchezza gustativa, texture setosa e croccantezza controllata, le carnitas sono preferibili, anche per banquetting o servizio prolungato grazie alla stabilità conferita dal confit.

La tecnica di cottura, in definitiva, guida le scelte aromatiche e di servizio più della lista ingredienti. La decisione tra le due versioni dovrebbe partire dall’attrezzatura disponibile, dal tempo a disposizione e dal profilo sensoriale desiderato.

Giorgia Sassoli

Giorgia ha vissuto per due anni a Madrid, lavorando in una piccola trattoria italiana, dove ha imparato l’arte delle tapas e della paella. Da quando è tornata a Milano, ama reinterpretare piatti spagnoli con ingredienti italiani, condividendo le sue creazioni con amici e lettori.

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